Mons. Ferdinando Rodolfi: che il popolo canti! Con introduzione del prof. Italo Francesco Baldo

Introduzione
di Italo Francesco Baldo

Vicenza nel corso dei secoli ha avuto insigni vescovi, che hanno lasciato importanti tracce del loro servizio in città e nella diocesi. Nel secolo scorso Ferdinando Rodolfi, vescovo dal 1911 al 1943 ha lasciato una traccia importante che va rivisitata e considerata alla luce anche dei problemi attuali. La sua preoccupazione fu sempre quella di servire i fedeli e a loro indirizzò numerose sue opere e Lettera pastorali che proponevano sia contenuti di riflessione con un linguaggio chiaro e preciso, ma anche una precisa ed importante lezione di partecipazione alla liturgia. Di recente è nata ad Ancignano-Sandrigo, un’associazione a lui intitolata. L’associazione ha il preciso scopo di valorizzare la liturgia e il canto sacro, particolarmente il gregoriano nel rito della S. messa secondo il Messale romano del 1962 la cui origine fu promossa da San Pio V nel 1570. Ciò in accordo con quanto esprime il Concilio vaticano II nella Costituzione Sacrosactum Concilium e nel Motu proprio di papa Benedetto XVI. Il primo richiama espressamente a valorizzare la domenica, perché essa “ è il fondamento e il nucleo di tutto l’anno liturgico”. Valorizzare significa anche considerare che “la lingua latina, salvo diritti particolari, sia da conservare” come pure il canto gregoriano “ come canto proprio della Liturgia romana”. L’uso della lingua italiana invalso dopo il 1971 non nega la lingua latina, tanto che la riforma della S. messa è prima di tutto scritta in latino. Non esistono problemi, lo ha affermato Benedetto XVI e riconosciuto anche l’attuale pontefice Francesco. Semmai il vero problema è un’eccessiva “fantasia liturgica” cui talora si assiste con !”orchestrine” male acconce per preparazione musicale, per non parlare d’altro. Fantasia che nella musica era presente anche prima, particolarmente nella musica. A questo proposito la cronaca del giornale “Il Berico” del 18 febbraio 1882 ci ragguaglia: “Negli intermezzi – della Sacre funzioni – fra un salmo e l’altro, quell’organista – si tace il nome per decenza – strimpellava come un matto arie le più triviali e invereconde, con accompagnamento d’enormi colpi di gran cassa e piatti. Dalla casa di Dio mi pareva d’essere trasportato ad una baracca d’acrobati saltatori”. Un po’ d’attualità c’è in questo.

Il vescovo Rodolfi promosse molto la dignità della liturgia e del canto che voleva fosse di tutto il popolo, perché è partecipazione attenta e viva. Ben afferma il Concilio Vaticano II nella Costituzione citata: “ La tradizione della chiesa costituisce un patrimonio d’inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell’arte, specialmente perché il canto sacro unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della Liturgia solenne. Il canto sacro è stato lodato sia dalla sacra Scrittura sia dai padri, sia dai romani pontefici sia recentemente, a cominciare da S. Pio X, hanno rilevato con insistenza il compito ministeriale della Musica sacra nel servizio divino”. In questa linea era già il vescovo Rodolfi, che curò anche con scelte appropriate di musicisti la musica nella diocesi berica. (cfr. Pio X restauratore della musica sacra, “Bollettino ceciliano, 31 (1936, n.1-2, pp.5-11). Negli anni del suo episcopato era a Roma attivo don Lorenzo Perosi, (Tortona 21 dicembre 1872, Roma 12 ottobre 1956). Nel 1898 Leone XIII lo chiamò a Roma e nel 1902 lo nominò Direttore Perpetuo della Cappella Sistina. Pubblicò il suo primo oratorio: Passione secondo S. Marco, rifuggendo a parafrasi o “abbellimenti” in tutte le sue opere. A Vicenza fu attivo il M.°Ernesto Dalla Libera (Zovencedo, 6 maggio 1884 – Vicenza, 13 giugno 1980, che promosse, lui esponente del movimento ceciliano, proprio a Vicenza nel 1923 il XIII Congresso dell’Associazione Italiana di Santa Cecilia (cfr. Memorie di un nonagenario: sul XIII Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana di S. Cecilia celebrato a Vicenza nel settembre 1923, Vicenza, Esca, 1978). Il Maestro fu chiamato dal vescovo Rodolfi a rinnovare effettivamente la liturgia nel canto sacro; attività che il musicista promesse nella diocesi berica e in Italia. Il vescovo fu, infatti, presidente dell’Associazione Italiana Santa Cecilia dal 1923 al 1928, quando fu voluto come Presidente onorario, carica che tenne sino alla morte.

In occasione del Congresso XIII mons. Rodolfi pubblicò l’opuscolo Che il popolo canti ossia l’assistenza dei fedeli alla messa cantata, Vicenza, Società anonima tipografica, 1923, ristampato più volte e con Presentazione di G.B. Zilio a Vicenza, Tip. G. Rumor, 1974; ciò a dimostrazione del grande valore della piccola pubblicazione, e ben sappiamo che i libri non si giudicano dalla mole, ma dal valore di quanto contengono.

Rileggere oggi quanto scriveva mons. Rodolfi ci aiuta a comprendere l’importanza della musica e del canto sacri, perché, se ben eseguiti, collaborano a quella intensità di preghiera, duplice dice Sant’Agostino, che è richiesta nella liturgia, dove la centralità del Sacrificio eucaristico e fondamentale rispetto a tutto e non a caso proprio questo è l’apice stesso in cui la chiesa cattolica e si esprime, coinvolgendo i fedeli e non distraendoli con “suoni e canti” non appropriati.

Promuovere la musica e il canto sacri  è compito di ogni cristiano e segnatamente dei sacerdoti che nel vescovo, primo liturgo della diocesi, trovano la loro fonte di servizio, come ha sostenuto papa Pio XII nell’enciclica Mediator Dei e il Concilio vaticano II nella Sacrosanctum concilium. Ben ha affermato papa Benedetto XVI, ricevendo nel luglio 2015 dal cardinale arcivescovo della città polacca, Stanislaw Dziwisz, la laurea honoris causa conferitogli dalla Pontificia Università “Giovanni Paolo II” e dall’Accademia Musicale di Cracovia, “Nell’ambito delle più diverse culture e religioni è presente una grande letteratura, una grande architettura, una grande pittura e grandi sculture. E ovunque c’è anche la musica. E tuttavia in nessun altro ambito culturale c’è una musica di grandezza pari a quella nata nell’ambito della fede cristiana: da Palestrina a Bach, a Händel, sino a Mozart, Beethoven e Bruckner. La musica occidentale è qualcosa di unico, che non ha eguali nelle altre culture. Questo ci deve far pensare”. Viene sempre da ricordare che tanti musicisti hanno posto la loro arte al servizio della liturgia, aiutando l’anima ad elevarsi a Dio e non semplicemente “per suonare qualcosa per sé”.

Ciò che affermava il vescovo Ferdinando Rodolfi va conosciuto e apprezzato e soprattutto valorizzato attraverso la Scholae cantorum delle parrocchie, come è avvenuto di recente a San Pancrazio, la parrocchia di Ancignano –Sandrigo, a cura del compianto don Pierangelo Rigon (1957-2016) sia per la S. Messa nel modus orandi promulgato da Paolo VI sia per quella secondo il messale del 1962, detta “in rito antico”.


Ferdinando Rodolfi – Vescovo di Vicenza

Che il popolo canti!

L’ASSISTENZA DEI FEDELI ALLA MESSA

ISTRUZIONI PEL CLERO

 

Nota: La Lettera del vescovo è molto articolata e coinvolge prima di tutti i sacerdoti e fornisce loro alcune istruzioni circa l’assistenza dei fedeli alla Santa Messa, tanto letta, che cantata. Accanto riferimenti storici precisi fin dalle origini del cristianesimo, la Cena del Signore, e a coloro che sull’argomento hanno scritto, sottolineando costantemente come vi debba essere sempre precisa unità tra i sacerdote e i fedeli, perché il sacrifico eucaristico è la centralità del vita cristiana, come sottolineava anche il cardinale vicentino Elia Dalla Costa. E in questo, precisa mons. Rodolfi:” Perché il sacerdote rappresenta Gesù Cristo in cui nome agisce all’altare, il popolo deve tenersi unito al sacerdote. Perché il sacerdote rappresenta il popolo, questo deve tenersi unito al sacerdote come a proprio rappresentante presso Cristo”.
Partecipazione non rimanere in passiva presenza e proprio per questo il canto sacro nel quale la parola, talora accompagnata dalla musica, rende in modo preciso proprio la partecipazione. Al canto il presule dedica buona parte del suo scritto e nella sintonia con quanto prescritto da Pio X nel suo Motu proprio e con quell’attenzione che i musicisti davano allora proprio alla loro stessa partecipazione alla liturgia. Infatti, viene precisato: “I fedeli devono essere realmente presenti al Sacrificio dell’altare, a segno che se non ve n’è neanche uno, la Messa non si può celebrare. I fedeli si devono associare al sacerdote celebrante, in modo da offrire essi stessi con lui il sacrificio, non per esercizio di quel vero e proprio sacerdozio che è solo del ministro consacrato, ma per una cotale estensione del potere sacerdotale, quali preganti insieme col sacerdote”. Così prosegue il vescovo: “Questa unione iniziata nella umiltà dell’uomo e nella misericordia di Dio, si conserva per tutta la Messa sino a quando il sacerdote con la benedizione di Dio avrà sciolta l’assemblea e licenziato i fedeli”.
In tutta la Lettera mons. Rodolfi insiste sulla partecipazione e dedica molto al canto, che evidenzia in modo preciso proprio questo legame che deve esistere tra il sacerdote celebrante e i fedeli, ciò perché la S. messa sia ben compresa dai fedeli per la loro edificazione spirituale. Il riferimento è al messale romano in uso nel 1922, che in qualche parte riformato, è quello del 1962, che oggi è utilizzato nelle celebrazioni “in rito antico”, giusto il Motu proprio di papa Benedetto XVI.
Riportiamo della lettera, trascritta da don Pierangelo Rigon (1957-2016), la parte che riguarda il canto dei fedeli, tralasciando le parti, pure importanti, sulla storia del canto sacro da San Paolo a Pio X e le norme che il vescovo detta.

Il canto

E veniamo al canto.
Ora sono poche le Messe che si cantano: una volta se ne cantavano assai di più: erano cantate in modo semplice: una cantilena melodica, piuttosto che un canto. In questo modo si cantava secondo ogni probabilità, nella chiesa primitiva e nelle stesse catacombe. Il canto iniziale del cristiano era una derivazione del canto della sinagoga. Ed è cosa ben naturale, del resto, perché quando uno parla posa gli accenti sulle sillabe delle parole, sulle proposizioni, sui periodi; e se uno parla in pubblico egli emette la voce con quel ritmo che dicesi accento oratorio, e che serve a togliere la mono-tonia ed a colorire quelle parti del discorso sulle quali egli vuole attirare l’attenzione degli uditori. Che se poi molti parlano insieme per esprimere gli stessi pensieri e far risuonare le stesse espressioni, come avviene di chi prega insieme ed insieme recita ciò che sa a memoria, allora è necessità che si accordino sulle pause e sugli accenti, dando luogo a quella modulazione della voce che dicesi melodia.Tale è l’origine del canto. Ogni riunione ha i suoi canti, ogni associazione le sue canzoni.

I canti primitivi della chiesa

La chiesa ebraica aveva i salmi, che si cantavano nelle sinagoghe e nel tempio. La chiesa cristiana conservò i salmi, aggiunse i canti evangelici, aggiunse gli inni, i prefazi, le litanie, il Gloria, il Credo, gli introiti, i graduali e tutta l’altra fioritura di canti ecclesiastici. Chi ha studiato i codici più antichi ci assicura che il canto dell’Ordinario della Messa come quello dei Salmi era semplicissimo: ogni sillaba veniva pronunciata distintamente con una sol nota, e le in-flessioni della voce coincidevano cogli accenti delle parole. Un tal canto viene detto sillabico. Era segnato con pochi segni convenzionali ed era diretto dalle indicazioni della mano del maestro. Era un canto di esecuzione facile alla intera massa dei fedeli. Nullameno per l’espressione e la pietà dell’esecuzione, per la fusione di tante voci concordi, pel significato di vivente e maestosa unità riusciva di un effetto commovente.
Ecco come ce ne parla S. Agostino nel libro XI, Cap. 6 delle Confessioni, dove dice di se stesso al Signore quando anco-ra catecumeno a Milano ascoltava il canto dei fedeli raccolti con Ambrogio nella Basilica: “Quante volte ho pianto profondamente commosso dalle voci della tua Chiesa, che quelle voci risonavano nelle mie orecchie, la verità si scioglieva nel mio cuore, si accendeva l’affetto della pietà e gli occhi si stempravano in lacrime. Io ero beato!” Questi canti antichi rimangono ancora molto probabilmente nei canti più semplici della Chiesa, come nella Messa cantata in tono feriale e nei toni più semplici dei salmi. Si canti bene il Pater noster feriale e si vedrà che esso non è che una lettura devota, che dà un piisimo colorito alle invocazioni con soavissimo affetto.

Lo sviluppo del canto sacro

In seguito anche i canti dell’Ordinario si ornarono di neumi, si svolsero in voca-lizzi, divennero difficili ad eseguire, sic-chè alcune parti dovettero essere riservate ai cantori. Più tardi venne la musica: seguirono le polifonie. Ricami soavissi-mi di voci che si sovrappongono e si in-trecciano, ma che esigendo una partico-lare perizia dovettero pure riservarsi a pochi ed esperti cantori. Alla polifonia seguì la monodia accompagnata dalle voci, dall’organo ed infine anche dall’orchestra.

Alcuni inconvenienti

Ne venne a scemare la spiritualità del canto liturgico. Il popolo si trovò privato del suo canto, e si ridusse spesso ad intervenire alla chiesa come un semplice spettatore. Lo stesso clero in molti luoghi non canta più e cede il passo ai laici delle compagnie: i quali spesse volte cantano senza capire quello che dicono, e perciò cantano senza trasfondere nel canto il sentimento della fede e della pietà. Lo stesso celebrante non sente rispondersi dal popolo al suo saluto, non sente il popolo che prosegue l’inno da lui intonato, non sente neanche i cantori proseguire il canto col suo motivo, perché, intonato il Gloria dal sacerdote, i cantori proseguono con un’altra melodia. Il Kyrie ed il Gloria occupano talvolta tutta la prima parte della Messa. Il Credo è un dramma melodico della vita del Signore, con dei sepultus che ci mandano nella caverna e dei resurrexit che ci portano alle stelle: e si dimentica che il Credo è la professione della fede, una fede sicura, ma calma. Poi il Sanctus è così lungo che arriva al Pater noster e l’Agnus Dei è tale che giunge all’ultima orazione: se pure il maestri non ha anche un mottetto da far cantare all’Offertorio o al Communio per rendere la Messa più solenne – come si dice.
E intanto al celebrante chi bada e chi pensa? Si bada alla musica: si pensa alla musica: si sta attenti se la musica viene eseguita bene: si esce di chiesa senza avere nell’anima l’impressione salutare del mistero che si è celebrato. Si sono invertite le parti. La musica, che è l’accessorio, si è fatta diventare il principale. E la Messa, che è il principale, si è fatta diventare l’accessorio. La troppa musica ha soffocato la Messa ed ha tolto ai fedeli di accompagnarla passo passo con mente attenta e devota.

Che il popolo canti!

Bisogna rimettere le cose a posto. Che la Messa sia la padrona, e primeggi; e che la musica sia l’ancella e serva la sua signora. E per far questo conviene tornare all’antico e ricollocare più spesso il canto sulle labbra dei fedeli. Così quando il celebrante dice Dominus vobiscum, egli si rivolge al popolo e lo saluta; ma e perché non dev’essere tutto il popolo che gli risponde col suo saluto «Et cum spiritu tuo»? Quando il celebrante dice: «Sursum corda» è il capitano che dà l’attenti, il sacro attenti: «in alto i cuori»; ed i soldati perché non devon rispondere: sì, siamo attenti – Habemus ad Dominum -? Quando il sacerdote, rivolto al popolo, lo invita alla preghiera, canta l’orazione, è il popolo che la deve confermare col suo assenso, rispondendo Amen. Oh, che difficoltà ci deve essere per cavar fuori dal popolo un Amen all’unisono, che è come un evviva dopo un discorso? Cosí quando il sacerdote intona il Gloria in excelsis Deo, c’è forse una grande difficoltà che il popolo concorde canti di solito lui stesso quelle enfatiche e semplicissime acclamazioni: laudamus te, benedicimus te, adoramus te, glorificamus te, le canti con voce piena, concorde, libera, come si fa nei canti popolari? E quando il sacerdote al Prefazio invita ad unirsi alla corte celeste nel canto del trisagio angelico, perché non devono essere tutti i presenti a cantare le semplicissime frasi del Sanctus? […]

Diffondere l’istruzione dell’”harmonium”

Pei cantori. Poi si viene al canto, e si incomincia a preparare i maestri. Noi abbiamo procurato di formarli nel Seminario, dove da qualche anno tutti gli alunni che hanno sufficiente attitudine studiano all’harmonium quel tanto che è necessario per sostenere una piccola scuola di canto nelle parrocchie. Questa istruzione all’harmonium ci preme assai e la raccomandiamo come consona alla natura del Seminario, che è l’istituto per preparare i futuri maestri delle cose religiose, tra cui v’è il canto liturgico. Essa è indispensabile alla rieducazione musicale dei fedeli. Nella parrocchia di Schio venne pure aperta una scuola d’harmonium per gli allievi della città e dei paesi vicini: la citiamo a titolo di encomio e perché serva d’esempio ad altre parrocchie. Senza maestro non c’è scuola. Poi si fa la scuola di canto per fanciulli. E per fanciulli qui intendiamo la scuola di tutti i fanciulli della parrocchia: una scuola elementarissima, incorporata con la scuola della dottrina cristiana, della quale deve far parte.
Nella scuola di canto si comincerà con pochi esercizi per educare la voce. Si farà capire che cantare non è gridare, che il canto sacro è una pia declamazione della preghiera. Si faranno i primi esercizi sulle preghiere più semplici, il Gloria Patri ad esempio, il Laudate Dominum omnes gentes, o il Laudate pueri. Ogni cosa che si fa cantare prima si legge, poi si traduce, poi si fa gustare, imparare a memoria, indi declamare; da ultimo si fa cantare, incominciando dai toni più semplici. Così si procede coi salmi del Vespero della Madonna e della Domenica, si arriva alla Messa breve, alla Messa degli Angeli, alla Messa da morto.
Questa scuola di canto deve essere fatta a tutti, perché al canto corale della chiesa tutti devono partecipare. Sentite S. Ambrogio: «Il Salmo suona dolce ad ogni età, ad ambedue i sessi è adatto. I vecchi lo cantano deponendo il rigore della vecchiaia, i mesti veterani vi rispondono nella giocondità del loro cuore; i giovani lo cantano senza eccitamento di lascivia, i giovanetti senza pericolo dell’età lubrica e senza tentazione della voluttà; le stesse giovani spose salmeggiano senza detrimento del matronale pudore; le donzelle senza inciampo alla verecondia, con sobria gravità, e con la soavità della voce flessibile fanno risonare l’inno a Dio…».

I fanciulli, le fanciulle e il canto sacro

La scuola elementare del canto corale è una cosa distinta dalla Schola cantorum, fatta per pochi giovanetti tra i più distinti che sia avviamo poi al canto figurato. Qui parliamo della prima scuola, cioè della elementare, per tutti i fanciulli, per istruirli di ciò che dovrà poi cantare tutto il popolo insieme, cioè la Messa breve e i Vesperi della Domenica. Questa è necessaria per la liturgia di ogni chiesa, e la prescriviamo in ogni parrocchia ed in ogni curazia. La Schola cantorum non è per tutte le cure: dove c’è la si conservi, dove si può aprirla la si coltivi: ma non ad esclusione della scuola popolare, coordinando anzi le proprie esecuzioni con la scuola popolare, che deve costituire la massa corale.
La scuola scelta è il giardino pei fiori delle liturgie solenni; la scuola popolare è il campo per l’alimento della liturgia domenicale e feriale: Sta bene anche un fiore sulla mensa; ma il pane non deve mancare. Le fanciulle però non possono far parte della schola cantorum, perché è proibito dal Motu proprio, che dice: «Le donne non possono essere ammesse a far parte del coro o della cappella musicale». Neanche si devono istruire solamente le fanciulle nella scuola elementare per far cantare ad esse sole la Messa ed i Vesperi; si devono istruire tutte nel canto corale, ma devono cantare col popolo; e all’istruzione delle fanciulle deve camminare parallela quella dei fanciulli.

Le scuole ceciliane

E veniamo da ultimo al compito delle scuole ceciliane esistenti e fiorenti nella Diocesi. Le scuole ceciliane conservano la loro importanza e l’aumentano se attenderanno alla istruzione delle scuole parrocchiali. I maestri delle scuole ceciliane si accordino pertanto coi parroci per istituire la scuola popolare di canto nelle classi della dottrina cristiana. Ne siano i primi maestri. Formino nella scuola ceciliana qualche buon insegnante di canto popolare: vigilino l’insegnamento: assistano alle prove: dirigano le prime esecuzioni: armonizzino le due scuole pel canto nelle funzioni. In queste la scuola ceciliana sarà intorno all’harmonium: canterà le parti mobili della Messa e le antifone dei Vesperi: intonerà il Kyrie, i salmi, gli inni: alternerà i versetti col coro popolare, procurando che il canto non venga alterato, Così si farà tutte le domeniche con canto piano e breve. Nelle solennità maggiori poi la scuola scelta potrà cantare un Kyrie od un Gloria in canto figurato, sempre secondo le buone norme liturgiche, curando però di lasciar sempre al popolo una sufficiente partecipazione al canto sia nelle risposte al sacerdote, come in qualche parte fissa ed in un canto finale. Quello poi che ad ogni modo si deve evitare si è che la scuola scelta escluda il popolo dal canto sacro. Quello che si deve procurare si è che la scuola scelta favorisca il canto del popolo, e canti col popolo le lodi di Dio.

Cantino tutti!

Concludo ricordando a voi ed a me l’esortazione finale del Motu proprio di Pio X: «Per ultimo si raccomanda ai Maestri di cappella, ai cantori, alle persone del clero, ai superiori dei Seminari, degli istituti ecclesiastici e delle comunità religiose, ai Parroci e Rettori delle Chiese, ai Canonici delle Collegiate e delle Cattedrali, e soprattutto agli Ordinari diocesani, di favorire con tutto lo zelo queste saggie riforme, da molto tempo desiderate e da tutti concordemente invocate, affinchè non cada in dispregio la stessa autorità della Chiesa, che ripetutamente le propose ed ora di nuovo le inculca».
Nella solennità dell’Ascensione, per l’occasione del XXVI Congresso Eucaristico internazionale, il Santo Padre PIO XI tenne il Pontificale nella Basilica d San Pietro, e venne cantato il gregoriano da parecchie centinaia di voci. Or ditemi voi, che spettacolo sarebbe stato, se tutti i presenti avessero cantato il Kyrie, il Gloria ed il Credo d’una Messa gregoriana, per esempio la Messa breve? Che potenza sentire erompere da 70-80 mila voci concordi! che magnifica dimostrazione dell’Unità della Chiesa, nell’unità della prece, nell’unità della voce!
Magnum plane unitatis vinculum totius numerum plebis in unum corum coire sed una symphonia (S. Ambrogio, Exp. Psalm. XII 1.9). Ma a questo s’arriverà se ovunque si coltiverà il canto del popolo secondo le melodie della Chiesa.
Che dunque nelle chiese si canti: che i fanciulli cantino, tutti: che i fedeli cantino, tutti: che si cantino i cantici della Chiesa, col canto della Chiesa.

[dal “Bollettino della Diocesi di Vicenza – Ufficiale per gli Atti Vescovili”, anno XIII, n. 6, giugno 1922, pp.81 – 92]