La vicenda di don Massimo Sbicego Cronache e pensieri su una scelta improvvisa e ai più incompresa

Pubblichiamo la lettera che don Pierangelo Rigon scrisse ai parrocchiani di Ancignano in seguito alla richiesta di commentare la vicenda di don Massimo Sbicego, allora parroco vicentino di Pedemonte, Casotto e Lastebasse, entrato a far parte alla fine del 2010 della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), fondata da Mons. Marcel Lefebvre.

Per approfondire la questione, si rimanda ai seguenti articoli tratti da Messainlatino:

Clamoroso: prete diocesano vicentino entra nella Fraternità San Pio X

Parla Don Sbicego, il sacerdote vicentino passato alla FSSPX

Don Massimo: “Ecco perché passo con la FSSPX”


Carissimi Parrocchiani,

in questi giorni alcuni di voi mi hanno chiesto un parere sulla vicenda di don Massimo Sbicego (arciprete dell’Unità Pastorale di Casotto e Pedemonte nella nostra Diocesi di Vicenza), che ha scelto di entrare nella “Fraternità Sacerdotale San Pio X”, fondata da mons. Marcel Lefebvre. Non voglio sottrarmi dal manifestare il mio pensiero con le solite – e comode – scuse che “è preferibile il silenzio”, “non bisogna giudicare”, “sono affari suoi” … Vi dirò dunque, con molta sincerità, quello che io penso. Senza, naturalmente, pretendere che condividiate tale pensiero, ma con l’auspicio che possiate considerarlo un contributo in più, offerto alla vostra riflessione, per giungere ad una valutazione ponderata e, per quanto possibile, oggettiva.

Conosco, anche se non moltissimo, don Massimo da qualche anno; è venuto un paio di volte anche al Brolo e poi in chiesa e al museo liturgico, con i fanciulli della prima Comunione di Sant’Antonio ai Ferrovieri di Vicenza, dove esercitava il ministero pastorale prima del trasferimento a Pedemonte. Condividiamo lo stesso amore alla Tradizione della Chiesa e all’antica Liturgia e, quando è uscito il documento di papa Benedetto che autorizzava sacerdoti e fedeli, che lo desiderassero, a celebrare secondo tale modalità, mi ha anche mandato un efficace manuale – da lui composto – per apprendere la cosiddetta “Messa Tridentina”. Di tanto in tanto ci sentivamo per telefono e, prima di Natale, ci eravamo accordati per un incontro in canonica.

Poi, d’improvviso, leggo sul giornale della sua “fuga” dalla Parrocchia. E anch’io so solamente quello che ho letto lì e navigando tra i vari blog di internet. Che cosa può avere spinto don Massimo ad un gesto tanto clamoroso? Francamente non lo so, anche se credo di poter capire il suo dramma perché è lo stesso che vivono tanti sacerdoti oggi.

E’ il dramma di chi non sa più che cosa deve esattamente fare, che cosa deve predicare, che atteggiamento deve assumere nei confronti della nostra gente che spesso, pur dichiarandosi cattolica, magari anche impegnata in attività parrocchiali, chiede al prete tutto e il contrario di tutto. Richieste, attese, atteggiamenti, che – alla lunga – possono risultare logoranti, sfiancanti.  Fino a schiacciarti … Tutto questo, unito non tanto alla solitudine – che è un bene per il sacerdote – ma all’isolamento di cui può sentirsi vittima, alla sottile o aperta ostilità proveniente da vari ambienti, alla dolorosa sensazione della propria inutilità, dell’incapacità di trasmettere le convinzioni che si hanno, tutto ciò può condurre a scelte che sorprendono. Ma solo in apparenza, almeno per chi è maggiormente addentro a tali questioni.

Oggi, tante nostre parrocchie stanno diventando “agenzie”, sia pure educative …, luoghi di aggregazione, spazi sociali messi a disposizione a buon mercato. E così, esercitare il ministero sacerdotale è davvero tanto e tanto difficile e ognuno sembra arrangiarsi come può o come crede – sicuramente in buona fede – essere giusto davanti al Signore che ci ha scelti e consacrati per le mani del Vescovo. Fra di noi sacerdoti c’è chi sa “corteggiare” abilmente il mondo, naturalmente con la convinzione di “evangelizzarlo”; chi ritiene prioritario l’impegno sociale e solidaristico; chi preferisce, al confessionale e all’altare, la marcia di protesta contro una base militare; chi desidera “integrarsi” con la società e farsi accettare in tutti i modi fino anche a sconfinare nella banalità e nella volgarità; chi pensa che Liturgia, Sacramenti, Chiese, siano orpelli o, al massimo, oggetti d’interesse per cultori d’arte e di antiquariato e si debba puntare esclusivamente su di una presenza “là dove la gente vive”, nelle fabbriche, nei mercati, nelle case, nei bar, nei locali di ritrovo.

Ma c’è ancora chi invece, tra il clero, ritiene che non si possa deflettere minimamente dalla dottrina tramandata, dal rispetto e dall’amore verso le cose di Dio, verso la sua Casa che – se ci crediamo davvero – dovrebbe essere trattata almeno con la stessa cura che riserviamo alle nostre abitazioni. Oggi, un sacerdote, non può più nemmeno permettersi l’indignazione e una sana sfuriata davanti a ragazzi che – pure negli spazi della Parrocchia – bestemmiano, imbrattano, se ne infischiano di ogni regola di civile convivenza. Avrebbe contro quei giovani e le loro stesse famiglie, che li difendono sempre e comunque con il motivo che “i ragazzi vanno accettati così, altrimenti si allontanano …”. Questo, fra le altre cose, è capitato anche a don Massimo il quale, giustamente, esigeva che nel bar parrocchiale – posto proprio sotto la canonica, e di proprietà della Parrocchia – non si bestemmiasse. Almeno questo! Esigeva forse troppo? Ma le persone intervistate ciò non l’hanno riferito, limitandosi a dire che non tollerava gli schiamazzi dei giovani …

Don Massimo stava meditando la sua scelta, probabilmente, da chissà quanto tempo. Personalmente avrei preferito che questo confratello rimanesse qui, nella nostra diocesi, a continuare la sua santa battaglia per un cattolicesimo più fervente, un culto più degno, una maggiore serietà. Anche per dare un po’ di coraggio ad altri preti che magari hanno la sua stessa sensibilità e vivono la sua medesima angoscia per come stanno andando le cose nella Chiesa. E pare che ce ne siano ancora …

La sua scelta suona come una sconfitta per tutti, perché, come disse quella volta Benedetto XVI ai Vescovi di Francia riuniti a Lourdes: “Ognuno ha un posto nella Chiesa. Ogni persona, senza eccezioni, dovrebbe essere in grado di sentirsi a casa, e mai rifiutato”. E’ triste che a Vicenza non siamo stati in grado di assicurare stima e possibilità di esercitare il sacro ministero secondo la sua legittima, specifica, sensibilità. Si fa molto presto a dire che “le differenze costituiscono una ricchezza per la Chiesa”, ma poi, di fatto, questo vale solo per alcune differenze, non per tutte. Probabilmente, se don Massimo fosse “fuggito” per una questione di donne, avrebbe suscitato meno scandalo. Speriamo, almeno, che il suo gesto – costatogli certamente grande sacrificio – aiuti tutti a riflettere su cosa significa essere cattolici. Visto che tutti, o quasi, gli italiani si dichiarano tali.

Dal canto mio auguro ogni bene a don Massimo, di cui resto amico e con il quale continuo a sentirmi in piena comunione di fede e di intenti. E invito voi, cari fedeli di Ancignano, a pregare per lui e a pregare per tutti i sacerdoti, compreso quello che il buon Dio vi ha mandato. Possa crescere, nelle nostre famiglie, l’amore sincero alla Chiesa Cattolica, al Papa, ai Vescovi e ai Sacerdoti. Sono concetti sui quali vi ho intrattenuti anche la Notte Santa di Natale, con un’omelia che a qualcuno è parsa fin troppo severa; ma – credetemi – non sarà il buonismo a salvarci, né il tacere sempre per amor di pace.

Sperando di avervi aiutato a fare una lettura di fede di quella che altrimenti sarebbe rimasta solo cronaca, notiziola da rotocalco, vi saluto e vi benedico.

Don Pierangelo

Domenica 9 gennaio 2011
Solennità del Battesimo di Nostro Signore